Zaches Teatro – Malbianco, recensione di Caterina Meniconi

di Caterina Meniconi

Meraviglioso e accecante bagliore nella quinta serata di Kilowatt Festival, che si è conclusa ieri sera con “Malbianco” della compagnia Zaches, scelto all’interno del progetto Ultra-Visionari. Ispirato alla pittura di Katsushika Hokusai e al romanzo “Cecità” di Josè Saramago, lo spettacolo è un riverbero di gesti e ombre, in corpi che cercano un equilibrio estetico e interiore. Difficile non farsi cullare dall’eteree sembianze, non essere catturati dalle loro movenze. Il telo bianco posto davanti al proscenio, materica quarta parete d’ottocentesca memoria, ci ipnotizza avvolgendo la scena in un sospeso candore. La figura dell’inizio ci ammalia con uno strumento sconosciuto, così come le anime in lotta che si coprono gli occhi l’una con l’altra, nonché la solitaria danza dell’ammaestratore con una lunga asta. Simulacri di entità celate in tenui riflessi, pallide apparizioni senza volto, a poco a poco prendono forma e al contempo si perdono in tagli di luce. Sono maschere nere dai lunghi becchi, suoni che accompagnano il gesto diventandone padroni, buie forme umane, prive di contorni e assorbite dalla nebbia più bianca. Quello di Zaches è un teatro non da spiegare, ma da guardare, ascoltare, percepire, in grado di esplorare molteplici dimensioni visive e sonore: un sogno a cui abbandonarsi.