Virus di CapoTrave

di Caterina Meniconi

Una realtà scarnificata, case ridotte allo scheletro e due qualcuno reclusi in un luogo malato. Virus, presentato ieri sera 22 Luglio da CapoTrave in prima nazionale nel complesso di Santa Chiara a Sansepolcro, destabilizza, domanda, corrompe e grida. Un grido silenzioso quello dei due protagonisti che, fra topi decomposti, rumori inquietanti e incontri-scontro, agiscono un quotidiano dissacrante, opponendosi l’un l’altro tra fuga del reale e totale accettazione di esso. Il controllo ad ogni costo, il progresso forzato e il dominio dell’apparenza, voci del potere insinuato da un giornale radiofonico che a fatica riesce a imporsi sul frastuono metallico, vengono a ribaltarsi di fronte allo sguardo atterrito di Pietro Naglieri, incapace di arginare l’incalzante epidemico marciume di un oggi stanco del sé e dell’altro. Ed è proprio l’altro, Simone Faloppa, ad accettare la realtà nel suo squallore, a viverne la totale violenza, subendone, con un sorriso amaro, l’occhio disgustato e il fisico sopruso, sputandone il putrido sul corpo inerme dell’antagonista. Assistiamo attoniti al tragico e insoluto dualismo di essere e sembrare, che acre e graffiante si mostra nello spazio industriale e apocalittico di un mondo divenuto il sottosuolo di se stesso, nel conflitto fra conforme ed emarginato dell’io-tu, vittime consapevoli di una brutalità ossessiva e nella strenua ricerca di una pallida comunicazione, da cui la foné è del tutto bandita. E se il foucaultiano sorvegliare e punire si rivela una vana e inconsistente soluzione al virus sociale, forse soltanto il ricordo e il riappropriarsi di esso può salvare l’uomo dall’autodistruzione a cui imporre il proprio respiro. La necessaria quanto tardiva presa di coscienza lo costringe, allora, ad un’evoluzione attante, che lo porta a muovere passi incerti per una via di fuga dal marcio intorno. Luca Ricci e Lucia Franchi, autori dello spettacolo, propongono una commistione di immagini, suoni e azioni che coinvolgono sul serio, schiacciano la mente e ne affossano i pensieri. Concerto visivo (grazie alla sapiente realizzazione scenica di Luca Giovagnoli, Stefan Schweitzer e Katia Titolo) e sonoro (a cura di Fabrizio Spera), Virus si impone sul palco, in cui i due attori, musici d’immagini, pur nel manipolare ambiente e luci proponendo squarci di ferro e corpi, lasciano la possibilità di cogliere un personale scorcio spettacolare. Nessun insegnamento o conclusione alleviano la trepidante attesa del dopo che martella per tutto il racconto, solo la libertà di scegliere tra l’inerzia statica o una raggiungibile seppur lontana speranza.