Variazioni di Massimo Zenga

di Giulia Odoardi

Il danzatore è in scena. Una sedia. Il metronomo scandisce il ritmo dell’entrata del pubblico, osservatore di un’immagine che è lì chissà da quanto tempo. Veniamo notati e il nostro sguardo é ricambiato da un uomo in smoking che sembra quasi una gabbia, una costrizione. Dapprima seduto, poi in piedi, parte una coreografia che, con l’aumentare del ritmo, diventa sempre più frenetica. Il rosso contro il fondale nero crea dei contrasti di colore. Spasmi, tremori, le mani tirano le ginocchia con fili invisibili e una caduta, buio. Un nuovo quadro: un rotolone di carta che diventa sedia e magazzino per trombette da festa usate come strumenti musicali. Ancora buio e una nuova scena. Il metronomo dà il tempo a un atto sessuale con la sedia. Un guanto rosso nel taschino, una voce al telefono, un vociare indistinto. Buio. Una serata in discoteca, un ballo spensierato che non appaga. Si nasconde la testa nella giacca, al posto della faccia due foto come una maschera. Nuovo flash: la carta diventa un percorso e la sedia compagna di un ballo che rimanda ad atmosfere alla Fred Astaire, amori di altri tempi. La sedia è dunque amante, co-protagonista, appiglio di scena. La capacità di creare immagini, fatte di vuoti, luci e cromatismo, i movimenti puliti di Massimo Zenga, restituiscono un’atmosfera retrò che allieta chi guarda. La vita di tutti i giorni è un sottofondo sonoro di cui noi decidiamo il ritmo. Non sempre il tempismo è adatto. L’intimità in cui veniamo trasportati è così magica: non si può che iniziare a riflettere e sognare. La quotidianità ci investe, non ci resta che ballare.