Sembra ma non soffro di quotidiana.com

di Giulia Odoardi

Buio. Sul palco solo due inginocchiatoi. Entrano i due attori, si accendono le luci, inizia il rituale della preghiera. Mani giunte, ginocchia piegate. “È il caso di farsi il segno della croce?”: così parte un dialogo di parole calibrate, un linguaggio pulito volto a distruggere ogni tipo di dogma, argomentazione, credo, abitudine, tradizione. Come in Tragedia tutta esteriore, i due attori riducono la scena al minimo e azzerano gli effetti sonori. Si parlano, si interrogano, accennano litanie, salmi, canti pacati, sommessi mai esagerati. Come se la forza si trovasse nella parola stessa, non nella sua interpretazione. Il cinismo, l’amarezza e l’ironia sono le fondamenta di un discorso che porta avanti tematiche molteplici con nessi logici assolutamente intuitivi. Dalla Madonna a Pinocchio, da Celentano alle arti marziali, dall’omosessualità alle caramelle, dalla ricerca della verità al tentativo di raccontare una favola mostruosa, gli attori ci sbalzano come yo-yo attraverso un percorso dove neanche il dolore alla fine è poi così reale. Non sempre è facile seguire le svolte intraprese dai due attori che a tratti rischiano di perdere l’attenzione del pubblico; pubblico che però rimane affascinato e divertito ogni volta che Paola Vannoni e Roberto Scappin riescono a sgretolare qualsiasi pensiero, rendendolo inutile. Il dolore è inutile, la religione è inutile, la matematica è inutile, ma l’inutilità permette a loro e a noi di vedere in una prospettiva del tutto nuova, le quotidiane domande fondamentali, e anche quelle meno fondamentali.