Opera – Sonno, recensione di Giulia Odoardi

di Giulia Odoardi

Pioggia scrosciante. In scena c’è un dipinto nello stile di Francisco Goya: un uomo con delle galline ai suoi piedi e un gallo tra le gambe. Con un trucco da camera oscura, un fascio di luce ne contorna il volto. Un crollo e subito appare un nuovo dipinto, e poi ancora un altro, e così via, fino ad arrivare a un ultimo dipinto su tela, con un occhio in primo piano.
Dietro, appare una stanza quasi ospedaliera: un uomo dorato dorme con una corona poggiata sulla pancia. Se la infila in testa e si muove serpentesco. Appare, spaventoso e minaccioso, un altro individuo coronato, di cui non si distinguono le fattezze. Una figura con movenze femminili e testa di bambolotto chiama a sé l’uomo dorato per giocare. Lo accarezza, lo ipnotizza: è in suo potere.
Il fondale cambia di colore: rosso sangue, giallo intenso e luce flash bianca accecante. Nel proscenio si costruisce un trono sbilenco, controparte di una partita di carte allucinata che termina con grida di terrore. Al centro della scena c’è un lavandino dal quale escono  budella fatte di stoppa, causa di vomito per il re dorato, ormai diventato un non-uomo. Un pendolo scandisce un tempo che sembra scivolare via, perso nelle fasi rem del sonno. Un’insonnia che ha per sottofondo la voce di una tv.
Tutto finisce così, rimanendo sospeso. In “Sonno”, lavoro onirico della compagnia Opera, lo spettatore rivive il momento di prigione tra sogno e veglia in cui tutto è sfocato e poco vivido,i rumori sono lontani, le emozioni più oscure si fanno strada, le grida sono quelle strozzate degli incubi.
L’obiettivo è ambizioso, ma non del tutto centrato. Si assiste a un susseguirsi di simboli confusi e chiusi che non vengono mai sciolti e resi leggibili. Nonostante l’estetica elaborata e di forte impatto, lo spettacolo rimane immobile: un quadro di cui non si apprezzano che alcune pennellate in ordine sparso.