Odemà – A tua immagine, recensione di Giulia Odoardi

di Giulia Odoardi

L’apertura dell’ultima serata della selezione Visionari di Kilowatt 2011 spetta alla compagnia Odemà con “A tua immagine”, dal titolo già evocativo. Un telo bianco, sotto di esso si avvertono due voci: “Io sono il dubbio e la prima vittima dello stesso”. È Dio a parlare, al quale risponde un’altra persona: Gesù. Comincia così un dibattito senza volti di cui seguiamo il ritmo attraverso due lampadine che si accendono e spengono. Silenzio. Entra un uomo, il Diavolo, una figura dal passo legnoso e pesante, con l’aria da cabarettista e una chitarra con la quale intona le canzoni che scandiscono il racconto. Si avvicina al telo e scatta la scintilla di un litigio. In scena appaiono un Dio con il corpo di una donna ingobbita e l’anima di un uomo, nonché un Gesù alto, pulito e perfetto, perlomeno rispetto agli altri due. Si confabula, un piano è in atto: Dio vuole mandare suo figlio in terra per espandere il proprio dominio, perché ormai sono 4.000 anni che viene venerato solo dal piccolo popolo ebreo, e si è stancato. A questo Dio non importa della sorte degli esseri umani, tanto da essere disposto a sacrificare centinaia di migliaia di morti in suo onore, sciorinati in un comico “balletto dei martiri cristiani”. Non gli interessa nemmeno il destino del figlio, tanto che dichiara di averlo voluto soltanto per ovviare alla solitudine. Gesù, contro la sua stessa volontà, compirà dei miracoli, predicherà e imbambolerà gli uomini con poche e semplici frasi, perché si sa, “l’uomo è un legno buono” , è un prototipo su immagine delle pretese divine. Ci saranno le crociate, le inquisizioni, i ministri di chiesa spietati e avidi, i roghi per chi non crederà. Il figlio non è d’accordo, ma non riesce a ribellarsi, schiacciato dalla potenza di questa Madre-Dio che non ammette libertà. E il Diavolo continua a fare il menestrello fino a quando non chiede di essere reintegrato nel Cielo, stufo di essere il capro espiatorio di un Dio dispotico, tirannico e pure un po’ sciroccato. Non può esistere il bene senza il male però, e inevitabilmente anche lui, come Gesù, rimane prigioniero in un ruolo già predisposto. I tre attori, Enrico Ballardino, Giulia D’Imperio e Davide Gorla, riescono sapientemente a dar vita ai personaggi con mimiche storte. In sessanta minuti ripercorrono secoli di dinamiche di potere così spietate da farci sentire dei Gesù, dei Diavoli, intrappolati nella rete dei piani divini. Non esiste libertà di scelta, non esiste scampo, il destino è segnato ed è davvero poco roseo.