Nuovo Teatro Nuovo – Misfit like a clown, recensione di Caterina Meniconi

di Caterina Meniconi

Dicotomia attore-spettatore risolta per la compagnia di Linda Dalisi, prodotta dal Nuovo Teatro Nuovo di Napoli, che sceglie con “Misfit like a clown”, spettacolo di apertura di Kilowatt Festival 2011, di annullare la distanza palco-platea e porre tutti, noi e loro, sullo stesso piano. Ai lati, due schiere di spettatori e, al centro, un corridoio di tre metri per otto, ring, arena o claustrofobica ossessione spaziale che imprigiona Hans Schnier (Daniele Fior), costringendolo ad agire. Hans è seduto su un cubo, immobile di fronte a uno specchio. Sulla sua testa lampeggia la scritta “applausi” e qualcuno accenna un tiepido battito di mani. È Chaplin, è Buster Keaton, è un semplice clown, figlio di una ricca famiglia. Vive l’orrore di un’ipocrita Germania straziata dalla guerra del ’45 e agogna imperterrito una risata, la nostra. Quella delle pedine gialle, verdi, rosa, rosse, quelle dei carnefici, dei cattolici, degli atei e delle vittime, quella di chi gli passa accanto per ignorarlo e distruggerlo, quella dei bianchi e dei neri, degli outsider come lui, che non scendono a compromessi. Pantomime volutamente ridicole e dissonanti danno avvio alla sua ultima performance: “Uomo non diventare matto”, nata dalla morte della sorella, dall’abbandono dell’amata Maria, dal non essere parte di niente e sentirsi schiacciato dal tutto. Il cerchio domina e ordina: è rotondo lo specchio che rivolge un riflesso doloroso, ci sono cerchi bianchi sui lati del cubo nero, circolari sono le movenze dell’attore che tenta di abbracciare tutti, scrutare, avvolgere e schiacciare i sensi dei suoi spettatori con una valanga di parole e vita. Hans Schnier ha perduto il suo naso, la pallina rossa con cui vince le bombe dei campi minati, con cui comprende chi è dall’altra parte delle tante cornette di un telefono che non squilla mai. Incede fra mal di testa e malinconia, eppure vuole narrare, quasi per renderci testimoni dei suoi giorni, cosicché mai possano svanire. Assenza di comunicazione e compresenza, perché è la solitudine a regnare sovrana: siamo in tanti su quel palco, ma siamo soli quanto lui. Tratto da “Opinioni di un clown” di Heinrich Böll, per la drammaturgia e regia di Linda Dalisi, lo spettacolo, che fa parte del progetto di “Teatro Anatomico” promosso da Antonio Latella all’epoca della sua direzione del Nuovo di Napoli, è davvero una forma di anatomia. Obbliga a scandaglare i dettagli del volto che ci è di fronte, del personaggio che tenta di vivere, dell’attore che soffre la nostra presenza e infine di noi stessi. Ci comprime in una casella, nel roteare del dado, nella fortuna e nel caso di vincere o perdere. Cornetta per cornetta, pedina per pedina, siamo tutti là dentro, in un vortice di caos e risa dall’essenza dolce e amara.