Matteo Fantoni – Leoni, recensione di Caterina Meniconi

di Caterina Meniconi

Una strana figura sorpresa dall’accendersi della luce. Protezioni disseminate su ogni giuntura del suo corpo: testa, gomiti, ginocchia e ventre, ben preservati da possibili offese e sedici minuti per esprimere un mondo intero. Non paura, ma mancanza di coraggio, questa l’essenza di “Leoni” di Matteo Fantoni, in scena ieri sera nel Complesso di Santa Chiara, prima serata di Kilowatt Festival 2011. Regista e danzattore di se stesso, con il personaggio di Fortunato Fiorucci, Fantoni propone un condensato di tenera leggerezza, ingenuo quanto un “Candido” di Voltaire, stavolta stanco di parlare. È al corpo che si affida Fortunato Fiorucci, a membra tremanti per l’umana fragilità, a cinque anni di “allenamento al coraggio” in un garage forse umido e dalle pareti scrostate, intriso di sudore e incertezza, cadute e risalite. Duemilioni e seicentoventottomila minuti che sembrano moltissimi in rapporto al quarto d’ora che Fantoni-Fiorucci sceglie di regalarci; ma non è così. Sono gli istanti a prenderne il posto. Li vediamo affiorare attimo per attimo, in quelle braccia che fingono potenza sulle note di Start wearing purple dei Gogol Bordello, nel claudicante grand-jetè sorretto dalla voce melanconica di Jacques Brel che, con Ne me quitte pas, accarezza l’aria appesantita dal continuo tentare senza mai riuscire. Lucio Battisti ci conduce al finale dello spettacolo. I suoi Giardini di marzo si vestono di grigia purezza, della tenue compassione ispirata dagli occhi di Fantoni che ci osserva uno ad uno, con un’infantile gestualità cadenzata. Fantoni-Fiorucci salta e risalta su un piccolo tappeto elastico, aspettando una sincronica empatia con la musica e, perché no, accelerando la traccia quando l’attacco tarda ad arrivare. Apparentemente privo di logica e costruzione drammaturgica, a poco a poco lo spettacolo si colora di una personalità intensa, certo naif, ma così immediata da conquistarci, in un vortice di riso e commozione, sfumato da una perfetta padronanza mimica.