Matrix, Credo e I-Pad nelle scelte dei Visionari

di Caterina Meniconi

Con “Label” di Martin Romeo, in scena all’Auditorium di Santa Chiara, ha avuto ufficialmente inizio l’ultima parte di Kilowatt Festival, dedicata alla Selezione Visionari. È una lotta estenuante quella che si svolge di fronte ai nostri occhi, guerra aperta in cui il corpo di Nicoletta Cabassi fa da contraltare alle evoluzioni visive di Romeo, proiettate al suolo. Forme geometriche, skyline, ECG, linee, macchie bianche e nere inseguono e inglobano la perfomer che tenta, con movenze frenetiche e fughe vertiginose, di affermare la propria esistenza, di salvare un ultimo respiro. La Cabassi si lascia andare con l’ingenuità propria dell’infanzia, gioca con lo spazio, si muove a istinto con e contro ciò che accade intorno a lei. Nessun dialogo è concesso, nessun compromesso possibile, l’umano è vinto dalla macchina, che giunge a sovvertire un rapporto già precario, in una “Matrix” teatrale affascinante e stupefacente. Uno spettacolo magnetico, in cui la scenografia digitale non è semplice supporto dell’attore, ma diviene presenza fagocitante, sovvertendo la precaria tregua raggiunta fra spettacolo dal vivo e video.

Prova d’attore per Walter Leonardi, al Teatro Dante con il monologo “A-men. Gli uomini, le nuove religioni e altre crisi”, scritto dall’interprete insieme a Carlo Maria Gabardini e Terzo Segreto di Satira; spettacolo che osa portare nel teatro contemporaneo una spontaneità talvolta dimenticata, o addirittura osteggiata e criticata. Leonardi mette in campo la normalità, l’uomo fatto di luoghi comuni e piccole manie, che si fa trasportare da logorroiche e sproloquianti riflessioni. Leonardi è onesto, ci saluta in un divertentissimo prologo, dove ci istruisce anche su alcuni momenti dello spettacolo in cui dovremmo interagire con lui. Buio. Lo accogliamo con un “oh” di stupore, come richiesto, e già capiamo che ridere non sarà difficile. Dalla crisi economica a quella interiore, dalle chiacchiere al bar alle azioni quotidiane, un calderone di situazioni portate all’eccesso e cadenzate da momenti di poetica teatralità. Questa la sfida intrapresa dal comico milanese: riuscire a far convergere due linguaggi scenici, solitamente ritenuti incompatibili. E sembra riuscirci molto bene. Comicità pura e teatro visuale scandiscono, infatti, i quadri della narrazione di questo work in progress che scorre piacevolmente. Ci mettiamo comodi, ci rilassiamo, assistiamo addirittura al sacrificio di un I-Pad steso su un vello di pecora, con tanto di un irresistibile “Credo”, rivisitato per l’occasione. Anche molta dolcezza, però, perché se della crisi è giusto ridere, sempre di crisi si tratta, e Leonardi non lo dimentica. Il personaggio lamenta una depressione cui tenta di dare sollievo e, pensando che tutti i suoi problemi derivino dalla mancanza di spiritualità, comincia un pellegrinaggio fra chiese, moschee e sinagoghe. Nessuna religione, però, sembra funzionare, neanche quella calcistica. L’unico conforto è il divano, e un cuscino che per magia diventa gigantesca bolla trasparente, pronta a inglobarlo in uno strano e tenero abbraccio.

Atteso ritorno di Teatro Magro, scelto dai Visionari nella scorsa edizione con “Senza niente – L’attore”, e riconfermato quest’anno con “Senza niente 2 – Il Presidente”, ultimo spettacolo della serata, e secondo capitolo di una quadrilogia che prende in esame le figure cardine del mondo teatrale. L’Auditorium di Santa Chiara ospita Marina Visentini in un monologo “senza niente”, appunto. Come per “L’Attore”, anche “Il Presidente” è costretto a mettersi a nudo privato di qualsiasi orpello teatrale. Disegno luci e scenografie, assenti. Solo parole e tanta energia, per descrivere un mondo che segue regole a tratti incomprensibili. Ci attende in piedi, telefonino in mano, ci redarguisce per il ritardo, si spazientisce mentre intimiditi spettatori prendono posto. Si presenta per quello che è, la presidente effettiva della Cooperativa Teatro Magro, e discorre con noi come fossimo al bar. Ci racconta simpatici aneddoti, chiede se questo o quell’operatore/critico è presente in sala, si cimenta in spassose dislessie, e ci intrattiene con sottile ironia. La semplicità è un marchio di fabbrica per il gruppo mantovano, che sceglie di farne una questione di non-poetica, mai priva di un’urgenza intelligente e corrosiva. Un panorama vasto quello emerso dalle scelte dei Visionari, frutto di un lungo processo democratico che vede coinvolti questi spettatori appassionati, pronti a dedicare tempo ed entusiasmo durante la fase di selezione delle compagnie.