Marco D’Agostin – Viola, recensione di Giulia Odoardi

di Giulia Odoardi

Lunghe frequenze sonore e ampi spazi di buio in “Viola”. Il danzatore Marco D’Agostin si presenta semi-nudo, vestiti in mano. Si guarda, si scruta di fronte a un invisibile specchio. È un maschio, un macho. Si veste, si batte il petto: una singolar tenzone con se stesso e con l’idea che il mondo ha di lui. Conta gli addominali, misura i genitali, li tocca, vuole carpirne l’odore per rafforzare la sua mascolinità. La sua pelle brucia, è una pelle in cui non si riconosce, un vestito cucito da altri per lui. Deve liberarsi dalle convenzioni di una società che pretende la perfezione: si spoglia e la metamorfosi ha inizio. I movimenti diventano allungati e morbidi. Si infila un dito in bocca per scambiarsi i suoi stessi liquidi, come a cercare un contatto con un’interiorità più profonda, più vera. Poi si osserva ancora, adesso non ci sono specchi. È un neonato che per la prima volta si guarda le mani, i piedi, il corpo. Il suo mettersi a nudo è disarmante. Il performer nasconde i genitali, non sono gli organi sessuali a fare un uomo. E noi, voyeur di qualcosa di troppo intimo, siamo talmente catturati da questa figura così bella, così vera, che non vorremmo lasciarla andare via, mentre scompare nell’oscurità, ormai libero e primitivo.