Love car di Macellerie Pasolini

di Caterina Meniconi

Vita: un viaggio. Morte: una scelta. Questa la poetica sull’eutanasia di Macellerie Pasolini che ieri sera 23 luglio ha presentato Love car nella piazza antistante il complesso di Santa Chiara di Sansepolcro. Due macellai scrutano il pubblico e impassibili a braccia conserte attendono che il silenzio li avvolga. Intuiamo una macchina sotto un grande telo di plastica bianco che, giunto il momento, si scopre mostrando una coppia: lui (Romano Treré) alla guida, lei (Cristina Matta) al suo fianco. Parabola di ascesa e tramonto di una storia d’amore, lo spettacolo si staglia fra una sorta di nostro perverso voyeurismo, che tentiamo di soddisfare rubando piccoli momenti al loro intimo vissuto, e un’agghiacciante certezza di catastrofe imminente sui laceri grembiuli dei due Caronte. Quella che sembrava una pallida litania, si impone al nostro udito. Ascoltiamo, allora, e stavolta davvero, un’onda sonora, prima solo sottofondo, in cui riconosciamo film di un’epoca lontana – come Che cosa sono le nuvole di Pasolini, Una giornata particolare di Ettore Scola, Otto e mezzo di Fellini – ma anche un tragico e robotico presente: la lettera di Welby. Il visivo adesso, inchiodato a quel suono perpetuo, si dipinge di drammatica caducità, che annerisce gli affettuosi giochi di sguardi, il profumo dell’uva, quasi frutto proibito, e il sapore dello champagne che a tratti li inebria. Una vergognosa carezza e ha inizio un amplesso di prossimità e tenerezza. I due si sfiorano e si baciano, abbandonandosi l’uno all’altra, il ritmo incalza, il desiderio esplode, ma la tenera perdizione che poco prima ha inondato macchina e platea, sprofonda in un’ inerme e lenta rovina. Soffriamo quel distacco attimo per attimo, anelando un impossibile lieto fine. L’uomo resta accasciato, pallido e scarno nel viso consunto; la donna rivolge lo sguardo altrove, restia ad un ultimo saluto, poi, accolta la preghiera di quella mano tesa, vi si avvolge rifuggendo goffamente l’agonico presagio di una necessaria scelta finale. Ed è questa la conclusione che attendiamo sin dall’inizio: una pistola, mani tremanti sporche di sangue e una morte che da punizione si trasforma in libertà di scelta. La regia di Ennio Ruffolo offre una scena in cui quasi tutto appare riuscito: la coppia di attori – tale anche nella vita – ci commuove nella dolcezza dei propri corpi, seducendoci; la drammaturgia sonora di Fabio Fiandrini accompagna sussurrando, e Leonardo Principe incuriosisce illuminando la scena-macchina (scenica di Sara Garagnani) con luci d’emergenza. Chiara la posizione di Macellerie Pasolini – critica esplicita ai contrari all’eutanasia – che si mostra senza pretese di buonismi o perbenismi del caso, restando coerente fino in fondo. Ciò che convince di meno è il legame tra la storia d’amore e un tema così eticamente ingombrante: la prima prevale nettamente sul secondo che rimane annunciato senza, però, essere rappresentato nella sua complessa drammaticità.