Libertà individuali e autoironia nella terza serata di Kilowatt

di Michele Rossi

La terza serata di Kilowatt Festival spinge alla riflessione sfruttando la risata, lo stereotipo, l’arte visiva, l’introspezione. L’incertezza metereologica non ha minimamente alterato il ricco programma della giornata. Sono tre gli spettacoli proposti nei differenti palchi all’interno del complesso rinascimentale di Santa Chiara, tutti ugualmente apprezzati da un pubblico partecipe e numeroso. Un tema delicato è quello portato in scena da Chiara Stoppa (ATIR) che ha raccontato la propria lotta coraggiosa contro il tumore che l’ha colpita cinque anni fa, quando era ancora ventiseienne, con l’inevitabile corollario di disagio, frustrazione e abbattimento; eppure ne viene fuori un lavoro pervaso da una comicità disarmante, che muove costantemente al sorriso. Il ritratto della salute fa riflettere, muove conflitti di coscienza sulla libertà di autodeterminazione del malato, e affronta di petto tabù e pregiudizi della malattia. Dal punto di vista puramente tecnico ci si domanda se una maggiore asciuttezza recitativa avrebbe potuto giovare ulteriormente a uno spettacolo che lascia comunque il pubblico talmente coinvolto, al punto da muovere molti spettatori alle lacrime all’uscita dalla sala. Se con Chiara Stoppa si riflette sui confini tra realtà e costruzione teatrale, con la compagnia Teatro Magro e con il trasformismo di Alessandro Pezzali in Senza niente – L’attore, si riflette, e soprattutto si ride, sui generi del teatro e sul mestiere dell’attore; un prendersi in giro brillante che sfrutta lo stereotipo, il luogo comune e la retorica riducendo all’osso l’infrastruttura di contorno. In sottofondo si percepisce un retrogusto amaro che permette di interpretare lo spettacolo come uno sfogo rabbioso contro i meccanismi del sistema teatrale nazionale: spingere di più verso questa direzione di denuncia, darebbe al lavoro una incisività che a tratti sembra ancora mancare.  Leonardo Diana, con lo spettacolo E l’uomo creò se stesso, propone una partitura visuale in bilico tra la danza, la pittura, la sperimentazione musicale, in contrasto tra arcaicità e progresso tecnologico alla ricerca della vera natura umana e della sua evoluzione. Strizzando l’occhio a Francis Bacon un pittore dipinge la sua tela mentre in un contorcersi di membra lentamente si forma la figura umana, si evolve, si sviluppa, danza. Al termine il corpo umano soccombe alla tecnologia mentre a emergere dall’oscurità è un volto di babbuino dipinto sulla tela. Una scatola scenica perfetta, magica, affascinante, un tipo di spettacolo ascrivibile a un genere teatral-performativo che è ormai divenuto un classico.