LABit – Ogni cosa viva Morte e vita di Egon Schiele, recensione di Caterina Meniconi

di Caterina Meniconi

Nudità, voyeurismo, prigione, passione, schizofrenia, monotonia, lettere, corpi, dipinti, lenzuola, consunzione, abnegazione, pazzia, gelosia ossessiva, sessualità contestata, identità demolita, personalità compressa. Questo, e forse di più, in “Ogni cosa viva – Morte e vita di Egon Schiele” della compagnia LABit, ieri sera nel Complesso di Santa Chiara, spettacolo conclusivo della seconda serata di Kilowatt Festival 2011. Difficile condensare una vita in un’ora, difficile far comprendere l’immenso mondo di Egon Schiele che, morto a ventotto anni di febbre spagnola, ha segnato profondamente il panorama artistico di allora e oggi. È questo forse il limite contro cui Gabriele Linari e Ottavia Nigris Cosattini hanno tentato di combattere; una biografia in tre quadri, tre come le donne che hanno accompagnato Schiele di passione in passione: Gerti, sorella maligna, la generosa Wally, sua musa ispiratrice, e infine Edith, la bella Edith, moglie in salute e in malattia, fino in fondo, morta anch’essa di febbre spagnola pochi giorni prima del consorte. Faticoso comprendere il passaggio fra i vari corpi femminei, operato con cambi d’abito a vista o celati dal buio. Incesto, violenza e maternità sembrano sviscerarsi troppe volte e troppo a lungo, fra costruzione di quadri e voyeuristica presenza di due telecamere a circuito chiuso che proiettano sul fondo della scena. Tante idee per LABit: il dipingere col dito sporco di saliva su pezzi di plexiglass, la nudità opprimente dei due corpi, i pochi oggetti scenici che dialogano silenziosi gli uni con gli altri, le lettere di Egon udite dalla sua voce lontana, e ancora i giochi divisi fra morbose e violente carezze, lontananze quasi laceranti; tutte componenti che però sembrano non riuscire a convergere in una visione d’insieme. Lo spettacolo si mostra incompiuto, in cerca della precipua e concreta essenza che lo renda capace di arrivare all’anima. “Il pittore può anche guardare, ma vedere è qualcosa di più” dice Egon in scena. A noi è stato concesso solo di guardare, mentre avremmo voluto vedere.