La metamorfosi terza mutazione di Città di Ebla

di Giulia Odoardi

A sinistra una teca racchiude il bagno; a destra una poltrona affianca la segreteria telefonica. A sinistra l’intimità di un luogo che simbolicamente rimanda al privato e ai bisogni fisici indissolubili dalla nostra natura animale; a destra il fuori, l’altro, la civiltà. La divisione dello spazio è chiara fin dai primi istanti. Un uomo come tanti torna da una giornata stressante e ascolta la segreteria. Messaggi si susseguono, un richiamo a doveri e oppressioni che la società impone. Nell’avanzare di questa cantilena, iniziano gesti quotidiani e automatici: l’uomo si guarda allo specchio, si spoglia, l’acqua scorre nella vasca, momento in cui il mondo viene chiuso fuori della porta. Nel contatto con l’acqua comincia la trasformazione: l’uomo abbandona la propria natura umana, per diventare istinto. Gesti felini, ali di uccello, zampe di insetto iniziano a intravedersi nei movimenti perfetti e sapienti di Alessandro Bedosti, e le braccia diventano gambe, le mani diventano piedi. Fuori dalla vasca, la mutazione avanza, si completa. Non è più una persona, è un essere che striscia, si arrampica, gattona con scatti e convulsioni. Un telo trasparente e si intravede un bozzolo, la fase finale di un cambiamento che non è reversibile. L’uscita dalla teca mescola l’intimo e il sociale, e di nuovo squilla il telefono, lucido richiamo alla quotidianità. La voce del padre che risuona nella segreteria non riesce a intrappolare quell’uomo-animale ormai libero da costrizioni. La perfezione dei movimenti, dei gesti, del linguaggio musicale che diventa natura quando l’istinto prevale, contribuiscono allo stupore del pubblico, ma rischiano anche di limitare le potenzialità che potrebbero nascere dal confronto col mito. De La metamorfosi di Kafka non resta che un’espressione estetica; volutamente Città di Ebla non segue la trama del romanzo, al punto che non avvertiamo la necessità di vedere in scena il costume dello scarafaggio. L’impressione che si ha è quella di guardare una teca bellissima, con dentro uno splendido animale, che però non riesce a coinvolgere emotivamente oltre all’iniziale stupore di fronte alla ricercatezza della realizzazione scenica.

di Gianluca Cheli

Il de hors tradisce la scena: una scatola con perfettamente incasellato un grazioso bagno medio borghese, con tanto di sciacquone a doppia gettata [per i diversi carichi da smaltire]. Si vede, si sa che c’è e non si parla d’altro. Il bagno, cesso, toilette, suite della defecazione e della cura del corpo, luogo di solitudine, introspezione, digestione, purificazione.
Una segreteria telefonica tedia il protagonista, miseramente seduto su una medio borghese poltrona in pelle marrone, posta a lato rispetto alla scatola bagno. Parla la segretaria, parlano gli amici, e dopo il terzo messaggio parlano voci che non si seguono più. Il poveretto è assillato, pressato, incastrato nella fatica dei rapporti umani. C’è un appuntamento: la cena con il padre. Da bravo figlio-a-quaranta anni si va a preparare, in bagno. Ci si lava. Ci si spurga.
Si specchia, si vede. E parte la violenza, in una serie di immagini plastiche e di vibrati muscolari che sottendono un pentagramma senza spazio per nessun tipo di variazione sul tema; la partitura prosegue lenta ed inesorabile battendo sul cauto ritmo di un adagio. Un adagio che non supera, in nessuna nota il Fa#; rimane sempre nelle scale dei bassi, si fa baritonale a sprazzi, ma non ambisce a spasmi tenorili. Rimane li.
Abbarbicato alla vasca da bagno, spiaccicato alla vetrata che lo separa dal pubblico, ammantato dalla tenda doccia. Poi scompare. In un angolo del bagnetto che tutti vorremmo avere in casa, c’è una sorta di ascensore salvifico che porta la creatura a sovrastare la scatola bagno, ad innalzarsi; sopra, svetta come un gargoile che prende forma, scivola come un ammasso di lava dall’angolo e ritorna alla poltrona: la segreteria, il padre: ti aspetto per cena, bla bla, gran rompiscatole di un borioso padre medio borghese. La luce che illumina la postazione poltrona-segreteria [l’asfissia della vita] si spegne; dietro ad essa si sveglia un gigante scarafaggio che accoglie il protagonista tra le sue braccia amorevoli.
Il sangue cola dalla parete trasparente che separa il bagno dal pubblico.
E anche stavolta abbiamo espiato l’atto mortifero.
Il lavoro è preciso, compatto, pulito, forte, deciso, perfettamente congeniato. Testardo nel non cercare altro rispetto a tutto quello che poteva far attendere. Risponde a quello che prima di entrare pensavi sarebbe successo, infilandoti nel durante un metronomo in testa. Il Performer è devastante nella sua capacità motoria ed espressiva: è butoh occidentale, è violento, contratto, allungato. Le fasce muscolari sono estese, vibrano colpi di sofferente acido lattico, la tensione è levigata dalle viscere, le budella sembrano non esistere in quel corpo di nervi emozionali. Senza bagno, senza poltrona, senza segreteria, senza scarafaggio, il performer avrebbe avuto la stessa violenza, la stessa intensità, la stessa atroce plasticità. Ma forse sarebbe stato un altro spettacolo.
Senza Kafka sarebbe stato lo stesso spettacolo.