La Fabbrica – Aspettando Nil, recensione di Caterina Meniconi

di Caterina Meniconi

Necessaria e carezzevole commozione nel Complesso di Santa Chiara a Sansepolcro che ieri sera, terza serata di Kilowatt Festival 2011, ha ospitato “Aspettando Nil” de La Fabbrica. Sul palco, due donne, due dimensioni spaziali, due percorsi segnati. Una è su una sedia a rotelle, seminuda, lunghi capelli neri le coprono i seni, osserva. Sembra un’Eva invecchiata, stanca di un Eden che tarda ad arrivare. Attende, rovistando ai suoi piedi dentro un sacco nero, identico a quello che vediamo fra le braccia dell’altra, che però sta in piedi, anche lei seminuda, titubante, in cerca di approvazione. Sono madre e figlia, specchi di un medesimo riflesso, di generazioni in attesa di uno scambio, di un incontro, di un futuro comune. È questo ciò che si aspetta: un domani al fianco di Nil, Godot moderno e ancora inafferrabile, perché per poterlo veder apparire si deve essere pronte. Comincia così una preparazione ossessiva, di sottovesti, trucco, vestiti e borsette. Ma non basta: è necessario saper camminare sui tacchi, conoscere risultati di tabelline e verbi proferiti in schizofreniche e dialogiche tenzoni. Ma la figlia stenta e non riesce. A lei, serve l’aiuto della madre, padrona, despota e carnale contraltare di quel corpo tremante, al tempo stesso colonna a cui protendere braccia e sguardo, a cui tornare, da cui imparare; alla madre, invece, serve il sostegno della figlia che accudisce quel corpo stanco, membra di manzoniana bellezza passata, ma non trascorsa. L’attesa, che dovrebbe lacerare il nostro desiderio, a poco a poco si attenua, ci perdiamo nei loro volti, nei movimenti schematici e alienanti, nei gesti mai affrettati e mostrati con umile eleganza. Elisa Bongiovanni e Giada Parlanti cullano i nostri sensi, si insinuano in quell’intimo rapporto primordiale senza fare rumore, e ci scavano l’anima. La graffiano, la deridono, la sollevano. Ci riscopriamo bambini in attesa di un “bravo”, claudicanti adolescenti in cerca di risposte, adulti testimoni dell’umana vecchiezza. La regia accurata e minuziosa di Fabiana Iacozzilli non lascia niente al caso, indagando in maniera personale e creativa i grandi capolavori beckettiani come  “Aspettando Godot” e “Finale di partita”, ma facendoli affiorare solo a tratti. Vladimiro ed Estragone, Pozzo e Lucky, Hamm e Clov, riecheggiano nelle dinamiche di attesa, servo-padrone, alto-basso, in favore di un femmineo e perfetto incontro, teatro del misterioso, doloroso e onirico rapporto: madre-figlia.