Kalsh di Francesca Foscarini

di Irene Splendorini

Kilowatt Festival ha ospitato ieri sera Francesca Foscarini con lo spettacolo di danza Kalsh.
Sulla scena illuminata da una luce calda compare un corpo rannicchiato e debole, si muove lento aggredito da un sottofondo musicale di urla, una folla in tumulto. Gradualmente si muove, non alza mai la testa, il suo volto è coperto da lunghe mani, troppo magre per assicurare un nascondiglio sicuro o una copertura totale, solo i piedi riescono ad allungarsi al di sopra delle spalle. La sottile figura non riesce a sorreggersi, inizialmente come se non lo volesse, poi movimenti robotici la scuotono e inizia il percorso per raggiungere la posizione eretta.
Passaggi veloci e subito dopo lenti, una marionetta spaventata che non riesce a sostenere lo sguardo.
Un suono metallico di sottofondo squarcia il percorso, Francesca Foscarini inizia a ribellarsi allo stato di sottomissione, di irrigidimento e tenta la scalata. Indurisce la schiena, ricade. Come un bambino ritenta spaventata. E riesce nell’impresa. Le gambe e le braccia sono vigorose e la danzatrice si anima con un andamento altalenante, prende la rincorsa e sfida il pubblico come una lottatrice di boxe, avanza e indietreggia, fa sfoggio della sua potenza e della sua mascolinità, dell’animale in letargo dentro di sé, si batte ed emette coraggiosi profondi respiri che ci lasciano intimoriti.

di Gianluca Cheli

Francesca Foscarini è alta.

400 gr di farina, 200 gr di burro, 200 gr di zuccheroFrancesca Foscarini è chiara.
2 uova e volendo, un po’ di scorza grattata di limone.

Francesca Foscarini è dolce.

1 vasetto di Marmellata d’Albicocche, un pizzico di sale.

Francesca Foscarini è sola.

Ungi e infarina una teglia di 22 cm di diametro.
Metti la farina sulla spianatoia, unisci lo zucchero e il sale,
il burro e mescola il più possibile.
Disponila a fontana
e al centro fai un incavo con il pugno chiuso.

Mescola tendini e ossa, muscoli e linfa. Pugno chiuso, corpo incavato. Francesca vuole mangiare la crostata prima di andare in scena.
Rompi al centro le uova e impasta velocemente.
Lascia riposare la pasta per qualche minuto.

Francesca non riposa: annaspa, crolla, cede, sembra morire accartocciandosi su di sé come carta stagnola. Il suo corpo è fatto di pieghe e di angoli che l’anatomia umana non prevede, è una lamiera di ferro che si spezza davanti ai tuoi occhi in un continuum di micro frammenti che schizzano ovunque. Copriti gli occhi, Francesca; mentre saldi il tuo corpo con la violenza della fiamma ossidrica qualche scheggia potrebbe ferirti. O potrebbe ferirci.
Prendi la marmellata:
versala in una ciotola e allungala
con qualche cucchiaio d’acqua
in modo che non asciughi troppo in cottura.

Francesca suda. Trasuda dolore, ma non con la grevità cui siamo abituati a vederlo. Dolce dolore, dolore unto, burroso; ti si appiccica alla pelle, alle ossa, al volto.

Stendi ora la pasta.
Mettila nella teglia e schiaccia leggermente in modo che aderisca bene ai bordi.
Versa dentro la marmellata e livellala.

Livellato, il lavoro. Non unico, non incredibile, non geniale: forse visto. Ma si distrugga la tastiera per l’uso della parola onesto. Francesca non è onesta, Francesca è il suo corpo, le sue piccole idee, il suo mondo, la sua violenza e quel corpo arrogante più tenta di sparire più si fa altro ai nostri occhi. Francesca è una farfalla incazzata. Una falena notturna, una libellula sola, arrabbiata, spettinata. Francesca sembra lontana.
Prepara con la pasta avanzata delle striscioline
che disporrai sulla marmellata
a una distanza di 1 cm una dall’altra,
incrociandole; inforna a 180 °C .

Umori di Francesca pervadono ogni superficie dell’epidermide di uno spettatore che non sta guardando. Francesca non è da guardare. È da mangiare. Come una crostata.