ios Unlmited di OHT Office for a Human Theatre

di Caterina Meniconi

Piccole case affollano il palco. Candide macchie di bianco dipinte come lo scorcio del paese delle fate. Progetto vincitore di Nuove Sensibilità 2008, Bios Unlimited, presentato ieri sera 25 luglio nel complesso di Santa Chiara a Sansepolcro dalla compagnia OHT Office for a Human Theatre, incanta gli occhi e strania i sensi, mostrando un teatro privo d’attore. Contro l’assioma di biomeccanica memoria secondo cui non può esistere scena senza corpo, Filippo Andreatta (regia, scena, video) e Francesca Bucciero (suono, voce) sfidano il pubblico con costruzioni di legno e l’ausilio di una sapiente coreografia visiva di Arnaud Poumarat. È l’alba, la città si sveglia canticchiando il suo tran tran quotidiano: rumori in lontananza di un’auto che corre, passi di una donna che scivola taccheggiando e voci confuse in sfumate parole. Ci sembra volare sui tetti variopinti da giochi di led di ogni colore, e a poco a poco quel concerto di suoni vocali indistinti si ferma donando sprazzi di frasi, conversazioni caotiche e informi. Le immagini si mescolano al tappeto sonoro, suggestioni continue ci bombardano, mentre assorbiti da quel dipinto in movimento, ci lasciamo trascinare, perdendoci e sognando. Un ritorno all’infanzia in quel luogo surreale, ma sporcato dal disorganico frastuono del mondo frenetico. Non resta che spalancare gli occhi, tntando di guardare davvero, relegando la strenua ricerca di un senso ultimo a un altro momento. E poi la realtà irrompe potente. L’ombra di un treno zittisce le voci, squarcia il paese e dipinge la prima e sola immagine umana: la foto di una bambina che tiene stretta al petto la sua compagna di giochi. Il fantastico si trasforma in racconto, narrazione delle lettere scritte da Kafka sul viaggio immaginario di una bambola, per lenire la tristezza della bimba che l’ha persa. L’atmosfera da straniante e surreale diviene visiva novella aneddotica, che resta debolmente legata alla prima parte della scena. Forse questo unico appunto a Bios, che se anche stupisce gli occhi, rischia di apparire disorganico apparato scenotecnico. Non se ne comprendono confini, limiti e contorni, ci si affaccia dall’alto su un luogo fiabesco, senza percepirne appieno il senso e rischiando di rimanere aggrappati all’interrogativo, insoddisfatto e pungente, del perché di un lavoro simile. O forse stacchiamo per qualche istante i piedi da terra, godendo appieno la calda atmosfera del paese fatato degli OHT.