Instabili Vaganti – L’eremita contemporaneo, recensione di Giulia Odoardi

di Giulia Odoardi

Una voce di donna, all’angolo della scena, accompagnata da un piano, sussurra: “C’era una volta…”. Comincia così il racconto della compagnia Instabili Vaganti. È la storia dell’eremita contemporaneo che subitamente appare dal buio, in cima a un eremo di ferro. È un operaio, un uomo alienato da un lavoro dal ritmo sempre uguale che lo costringe a vivere ogni giorno come un disco rotto. Lo stesso disco rotto che inizia a girare sulla scena. “Lavora, produci, crea. Tu sei un corpo operaio”. Una vita che costringe a non pensare è una vita che obbliga a evadere in ogni modo possibile e immaginabile. Ma quando tutto il corpo fa male e la mente soffre, nemmeno sognare è più possibile. L’impatto cattura lo spettatore e lo ipnotizza. Le parole continuano a cascata di sottofondo: sono bollettini di guerra, morti bianche, numeri di spersonalizzazione. L’elettronico andamento del battere della musica crea spasmi mentali e fisici, ma lo spettatore si perde nei suoni e rischia di non focalizzare più il contenuto del lavoro. L’arrivo dell’attrice-cantante, fino a quel momento rimasta in disparte, in abito elegante e tacchi alti, crea un tale disorientamento da chiedersi cosa ci faccia una figura simile, in un contesto operaio. La fabbrica evocata all’inizio perde la sua sostanza, la modernità si riduce alla rappresentazione di un ambiente da rave party. Non troviamo più tracce né dell’uomo contemporaneo, né dei lavoratori alienati ed eremiti di cui si parla nel titolo.