Giovanni Scifoni – Le ultime sette parole di Cristo, recensione di Giulia Odoardi

di Giulia Odoardi

Due musici avvolti da una luce rossa. Dei candelabri su un altare al centro del palco. Un teschio su una sedia con una lampadina. Questa la scena che si apre davanti al pubblico, nel suggestivo chiostro di Santa Chiara di Sansepolcro, per lo spettacolo di chiusura della prima giornata di Kilowatt Festival 2011. Una musica medievale ci annuncia l’inizio. L’attore accende i ceri e veniamo proiettati in un’altra dimensione. Siamo nella Cattedrale di Cadice, nel 1700, è un venerdì santo, e la liturgia delle ultime sette parole di Cristo sta per iniziare. Il vescovo sale all’ambone e proclama le ultime frasi pronunciate da Gesù prima di morire. I vetri sono oscurati per riprodurre l’eclissi narrata dal Vangelo. Altrettanto buio è il palcoscenico. Giovanni Scifoni è il nostro predicatore e parte da questa liturgia per dipanare una catena di pensieri, analisi e osservazioni su vita, morte e fede. “La speranza è trovare il coraggio di porsi le domande fondamentali”: e la luce si accende. I quesiti che Scifoni si pone non appartengono a un’altra dimensione ma sono il passato, il presente e il futuro di ogni essere umano. Ma non tutti sono in grado di rispondere. O per lo meno non in maniera così approfondita e plurivoca. Le risposte sono così varie perché arrivano a noi attraverso miriadi di personaggi che compaiono e scompaiono grazie alle sapienti capacità vocali e mimiche dell’attore. Basta un cappello, un cambio di luce e in scena è come se ci fossero dieci performer diversi. Un poliziotto ubriaco, una suora benevola, i Padri del deserto, il buon ladrone, un prete in crisi, Gesù stesso. Una Bibbia in mano, un sorso da un calice e ci ricordiamo subito del vescovo nella cattedrale. L’ironia e la comicità sono il microscopio di Giovanni Scifoni. Tutto è messo in dubbio, tutto è analizzato in maniera distaccata lasciandoci esterrefatti e stupiti di fronte a spiazzanti giri mentali. Una montagna russa che parte da Amleto, passando per i Gesuiti, Borsellino, il “mastro costruttore” del Colosseo, fino ad arrivare all’ultima parola di Cristo. “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito. Detto questo, spirò”. Suono di corno e si spengono le luci. Il pubblico è pronto ad applaudire, ma l’attore non si ferma. Riparte col raccontare un aneddoto personale e un brano dei “Karamazov” di Dostoevskji, ormai solo narratore di storie e non più interprete. Così, la compiutezza raggiunta dal finale liturgico si perde negli ultimi dieci minuti di aggiunta. Forse l’intenzione è proprio quella di disorientare, forse la linea barocca di questo lavoro necessita di un ghirigoro aggiuntivo. O più probabilmente non ce n’è bisogno. Ma “mica bisogna capire tutto per forza”… ecco le ultime sei parole di Giovanni Scifoni.