Francesca Foscarini – Cantando sulle ossa, recensione di Caterina Meniconi

di Caterina Meniconi

Una donna cammina verso di noi. Il suo incedere è lento e melodico: mani in tasca e volto indecifrabile. Si muove senza fretta, cercando la terra, carezzandola, chiedendole di essere accolta. È Francesca Foscarini che ieri sera, nella quarta serata di Kilowatt Festival 2011, ha presentato nel Complesso di Santa Chiara a Sansepolcro, in prima nazionale, “Cantando sulle ossa”, assolo di cui è coreografa e interprete. Prodotta dallo stesso Kilowatt Festival, e sviluppata all’interno del percorso di ricerca Choreoroam 2010, la performance trasuda pura corporeità, mista a un’anima latente che implode nel suo petto. È emblema della trasformazione obbligata dell’umana creatura, del cambiamento sempre e a ogni costo, del cercare assiduamente il senso giusto per poter abitare lo spazio altro che si insinua nel nostro percorso. L’incessante processo evolutivo è pennellato in un climax ascendente che orchestra corpo, materia, alto, basso: la vediamo combattere con le mani inchiodate alle tasche, liberarle violentemente da quella morsa oppressiva, indietreggiare fra il convulso e l’etereo e poi esplodere. Da rotte movenze che recidono lo spazio, decide finalmente di abbandonarsi e cedere al Sé, a risa sussurrate, al respiro caldo e affannoso di chi sceglie l’anima e non la maschera, lasciandosi travolgere in cadute e risalite. Il pubblico è in silenzio sacrale: assiste concentrato, scruta e divora, respira con la danzatrice. Se prima a sorreggerla erano i soli piedi, adesso anche le mani assaporano il terreno, toccandolo con devota reverenza: l’umano diviene così animale, entità umile e delicata che, per poco in un nuovo equilibrio, ricerca l’ennesima rottura. Dall’alto al basso e dal basso all’alto, due dimensioni esplorate e inseguite fino al loro limite, in un ipnotico gioco di lotta e convergenza, affascinante e coinvolgente. La vediamo rialzarsi, liberare il volto dai capelli, tornare all’iniziale verticalità, in un ciclico percorso di morte e rinascita. Le mani adesso non pesano più, le tasche riescono a contenerle senza sforzo: sembra esserci un’altra donna di fronte a noi. Buio.
Francesca Foscarini sembra volerci ringraziare durante gli applausi incessanti, che la costringono a uscire una, due, tre, quattro, ben cinque volte; la costringono sì, perché l’avvertiamo titubare e attendere qualche secondo di troppo prima di uscire nuovamente. Ma lei è questo, dentro e fuori dal palco: è eleganza che ammalia e attrazione sensoriale, ossa che vengono cantate, mentre sostengono l’anima e la conducono all’altro, celebrando la vita e intonando il flusso.