Danza feroce, incarnazione e tecnologia nel teatro di Givone, Boato e 7-8 Chili

di Caterina Meniconi

Costanza Givone con “Salomè ha perso il lume” apre il secondo appuntamento di Kilowatt Festival dedicato alla Selezione Visionari. Una donna in ginocchio ci attende, davanti a lei una scacchiera orientale, è Salomè che si racconta attraverso piccole pedine; il matrimonio della madre con lo zio, la passione per Giovanni Battista e il ballo che ne decretò la morte per decapitazione. La testa in argilla rossa sbuca da uno scomparto e la follia ha inizio. Dita come artigli si insinuano crudeli negli occhi, squarciano le labbra, accarezzano i capelli, ma non è abbastanza per lei. L’avido desiderio di possedere quel brandello di corpo si tramuta in danza feroce, in movenze infantili, dove niente sembra ricordare la sensualità che la rese biblica leggenda. “Lasciami baciare la tua bocca… bacerò la tua bocca” agognava la principessa nell’immaginario di Wilde. Quella della Givone va oltre, morde i contorni, sbrana la carne, la sputa, la plasma in forme diaboliche, rimpasta la massa argillosa che stringe con forza tra le mani. Affascinante la scenografia di Samuele Mariotti. La struttura in tubi innocenti, da cui pendono tante lampadine, è presenza significante e agente; le luci scendono e salgono, evocano tenui atmosfere, si scatenano in flash che accecano lo spettatore, e infine divengono voci sussurranti. Una macchineria lontana dalle tecnologie per tornare a un teatro artigianale.

Indaco / Laura Boato, al Teatro Dante con “Incarnazione”, sceglie di affrontare l’istante preumano, l’attimo in cui un essere viene a nascere. Due figure si incontrano, si avvicinano, giungono a generare una vita, “incarnata” nella presenza che affiora alle loro spalle. È nuda, con lento incedere si muove sopra, sotto, dietro, dentro di loro; cerca e trova spazio plasmandosi in materia concreta. L’atto creatore è compiuto, e la figlia fa il suo ingresso nel mondo in un carrello della spesa, simbolo di una società consumistica e divorante. Lavoro raffinato e pulito, dai gesti concentrati e intensi.

Finisce “Display” della compagnia 7-8 chili, che sperimenta la relazione paritaria fra performer e video. Un giovane entra ed esce dallo schermo al centro della scena. È  intimorito e al contempo attratto dall’oggetto con cui è costretto a rapportarsi, in un confronto che arriva a toccare momenti di sottile comicità. Lo spettacolo è stato proposto in replica pomeridiana ai bambini, a conclusione di una giornata a loro dedicata, che li ha visti prima protagonisti di un workshop sulla costruzione di libri fatti a mano, e poi spettatori incantati di “Display”, magico ai loro occhi nel suo comporre e scomporre immagini improbabili e buffe.