Cortocircuito tra contemporanei e classici. Incisive riscritture di tre autori della tradizione

di Michele Rossi

La seconda serata della decima edizione di Kilowatt ha presentato tre spettacoli centrati su originali rielaborazioni di testi classici, che qui fungono piuttosto da pre-testi: da Lewis Carroll a Dante, passando per Shakespeare. Dopo una corrosiva e inattesa incursione di Andrea Cosentino che ha animato la piazza con una breve performance di dieci minuti, ironizzando con intelligenza  sulle somiglianze tra il lavoro dell’artista e la pratica dell’accattonaggio, è andato in scena “It’s always tea-time” della compagnia Teatro delle Moire. Un tavolo coperto da una tovaglia bianca viene più volte apparecchiato e sparecchiato con piatti e bicchieri che rimarranno irrimediabilmente vuoti. L’atmosfera onirica, così come la sveglia e il metronomo che scandiscono le azioni dei quattro performer, ricordano la cerimonia del tè del Cappellaio Matto di “Alice nel paese delle meraviglie”. Si avvicendano tra loro oggetti di varie forme e dimensioni, spesso privati del valore d’uso quotidiano e restituiti a una dimensione di gioco che rievoca la scoperta dei bambini. Il desiderio di riempire la tavola diventa volontà di offrire il proprio corpo come cibo: quella della nudità è una delle immagini più forti e commoventi di uno spettacolo intelligente nella concezione e minuzioso nella realizzazione il quale, a voler trovare un difetto, a volte sembra perdersi in un’eccessiva estetizzazione. Dalla luce abbacinante delle Moire all’oscurità cimiteriale di “L’archivio delle anime-Amleto”, interpretato da Massimiliano Donato, co-fondatore del Centro Teatrale Umbro. Riscrittura dell’Amleto di William Shakespeare, il becchino è narratore ironico e dissacrante delle vicende accadute alla corte di Danimarca, burattinaio della storia e dei personaggi. Visivamente ricco di suggestioni giocose, vera e propria prova di attore, tra l’altro riuscita, lo spettacolo non affonda il coltello nella materia viva che tratta: un po’ meno di deferenza verso la grandezza del Bardo e qualche asciugatura sui tempi gioverebbero a rendere l’operazione più personale e incisiva. Ha chiuso la serata “Come corpo cade”, dei milanesi Schuko, evocazione di Paolo e Francesca nel V canto dell’inferno dantesco. Movimenti convulsi, contorti, i corpi degli amanti  vibrano negli abbracci, si  fondono, trascinati da un vento incessante che costringe a un moto perpetuo. E tutto intorno il pubblico assiste allo spettacolo accerchiando i danzatori sullo stesso palco dove loro si esibiscono. La coreografia è di indubbio impatto emotivo e la potenza del lavoro viene ulteriormente amplificata dalla vicinanza estrema tra interpreti e spettatori.