Compagnia degli Scarti – Ubu Rex, recensione di Caterina Meniconi

di Caterina Meniconi

Corpi vestiti di nero in fila ai lati della platea. Una figura femminea di spalle si muove sinuosa di fronte al palco, illuminata da una luce rossa. Un suono di corno, poi due schieramenti di cinque persone ciascuno entrano in scena e, abilmente diretti dalla giovane donna, intonano in coro l’inno nazionale polacco. La pazza e scatenata Compagnia degli Scarti decide di accogliere così il pubblico della terza serata di Kilowatt Festival 2011, proponendo un poliedrico “Ubu Rex”, rivisitazione del lontano e ancora attuale “Ubu roi” di Alfred Jarry. Attuale, perché per la società contemporanea è (ahimé!) d’obbligo convivere con parole e dinamiche quali dispotismo, sottomissione, ingiustizia, guerra e carneficina. E la regia non ci risparmia niente di tutto questo anzi, scava dentro gli estremi, gioca coi paradossi verbali e dà corpo a un’immaginario visivo di matrice espressionista, orchestrando un meccanismo puntuale e perfetto di attori funamboli e praticabili trasformati a vista, tanto da farci rimpiangere di non avere abbastanza occhi per poter seguire il divertentissimo e caotico marasma che ci si agita davanti. Un tappeto nero contornato di bianco e riprodotto sul fondo diviene l’area di sangue e gioco, morte e vita, da cui tutti possono fuggire per raggiungere due lunghi appendiabiti posti ai lati e poi ritornare in scena trasformati, tutti tranne Ubu. Fuggono per diventare popolo, guardie o animali, e anche manichini-macchinisti che, con ritmo serrato e perfetta sincronia, plasmano gli oggetti (ma anche gli spazi vuoti) dando vita a molteplici quadri spaziali, che esplorano differenti livelli di altezza, indagando soprattutto la dimensione verticale. È uno schizofrenico carillon di maniacale fattura: voci al limite del grottesco e attori che schizzano in ogni direzione (su tutti si impone la Madre Ubu di Maria Stella Di Biase), si nascondono dietro e dentro le scatole sceniche, allargano i buchi delle loro calzamaglie e se le strappano di dosso, il tutto sostenuto da un impianto (suoni, luci, costumi e scenografia) magistralmente costruito e manovrato, in un controllato delirio scenico che ci rivela le capacità di Enrico Casale, un regista che ha bisogno di farsi e affinarsi ma che certo ha dalla sua un notevole talento e una forte ispirazione. Giocano pure a provocarci, questi Scarti, quando Ubu, durante la scena dell’incoronazione, evoca il nome della cittadina che ospita il festival gridando a tutta voce “io ci sborro dentro al Santo Sepolcro” scatenando gli applausi e l’ilarità dell’affollata e partecipe platea. Questo “Ubu Rex” è uno spettacolo che punta a travolgere lo spettatore e porta all’attenzione del panorama teatrale nazionale un gruppo numeroso (12 elementi in scena) e vivacissimo che sembra ridare vita all’antica magia dei carrozzoni e delle compagnie itineranti, un moderno Carro di Tespi in cerca della prossima piazza dove esibirsi.