Commozione e viaggio nell’altrove

di Caterina Meniconi

Commozione e viaggio nell’altrove per la seconda serata di Kilowatt Festival.

Città di Ebla, in scena al Teatro Dante con “The Dead” – ispirato all’omonimo racconto di James Joyce, ultimo della raccolta “Gente di Dublino” – stupisce e affascina con uno spettacolo che conferma la riconosciuta maestria del gruppo nel dominare perfettamente tutti gli elementi della macchina scenica.  Catalizzanti le due prospettive poste in simbiosi dal regista Claudio Angelini, che attraverso fotografie fatte in tempo reale da Luca Ortolani, e contemporaneamente rese su di un grande telo bianco, giunge a potenziare il nostro sguardo, capace finalmente di scorgere ciò che a teatro da sempre risulta difficile, se non impossibile, catturare: il dettaglio. Corpo etereo e scarnificato quello di Valentina Bravetti, a tratti schizofrenico nel bombardamento visivo cui ci costringe il ritmo serrato di immagini, evocate da sinuose contorsioni.  Spettacolo che non solo riesce a creare un racconto teatrale per scatti fotografici, ma anche si trasforma in viaggio nell’oblio di memorie sepolte, confine fra sogno e veglia, trasposizione del tragico istante in cui un insignificante ricordo racchiude il senso di un’intera esistenza. La Compagnia realizza una convincente trasposizione dello spirito che anima il lavoro dello scrittore irlandese, dove l’iperrealismo degli oggetti disvela un’altra dimensione. Da menzionare il grande lavoro dell’ensemble tecnico, diretto da Luca Giovagnoli, che rende concreto l’onirico e meraviglioso mondo ideato e progettato da Angelini.

Dolorosamente concreto “In fondo agli occhi” della compagnia Berardi-Casolari, che sciocca e commuove il pubblico dell’Auditorium di Santa Chiara. Protagonisti Tiresia (Gianfranco Berardi) e Italia (Gabriella Casolari), avventore e proprietaria del Bar Italia, che divengono metafora del nostro stanco e affannato paese. Tiresia in mutande e giacca di pelle su un tavolo, ci assale con versi di cruda e macabra ironia. È cieco, così come il suo interprete, ma vede molto più di noi, apostrofa, insulta, e ci costringe a motteggiare un “Cieco di merda!” che pietrifica. Lasciarsi andare al suo gioco vuol dire essere scaraventati nel turbine di luoghi comuni che vengono sputati in faccia. Ridiamo anche, di gusto, e diamo sfogo alla parte più recondita di noi stessi. La paura del diverso, che troppo spesso si mischia a compassione, è schiaffeggiata e distorta. Alla fine a doversi compatire siamo proprio noi, schiavi del culto delle immagini, vittime volutamente cieche di una società malata, che preferisce farsi abbindolare e non pensare, piuttosto che prendere coscienza e agire.