Carrozzeria Orfeo – Idoli, recensione di Giulia Odoardi

di Giulia Odoardi

Si apre con un lento, una danza sulle note della canzone “Where is my mind?” dei Pixies, “Idoli” di Carrozzeria Orfeo, racconto dei vizi del giorno d’oggi. C’è una coppia. Sono nervosi, litigano, volano insulti e parolacce. Gesti di violenza quotidiana. C’è una famiglia: madre e padre battibeccano, parlano ma non si ascoltano. Il figlio intrattiene degli appuntamenti (virtuali o reali?), ma è impacciato, timido, troppo buono per tenere testa a un mondo in cui o schiacci o vieni schiacciato. Il nonno malato è convinto di essere un pirata; si ritrova a ricordare amori passati rivivendoli, inascoltato. Ognuno è chiuso nel proprio mondo, ognuno è solo. La materialità vince sui rapporti umani: come una pubblicità patinata, il metro di giudizio della vita è dato dal marketing e dall’apparenza; la sociopatia e la violenza sono la reazione a tutto questo.
L’apocalisse è dietro l’angolo. La pretesa di avere una vita superficiale si risolve sempre in tragedia. L’asservimento ai beni di consumo e alle malattie della società porta a un crollo. Il nonno viene fatto a pezzi e messo in congelatore per poter riscuotere la sua pensione. La coppia si frantuma in un ultimo gesto fatale. Il ragazzo troppo buono si schianta contro la realtà. Insieme agli esseri umani senza virtù, c’è anche un gatto, evocato, che tutto osserva senza nulla giudicare. Come fa questo lavoro di falsi idoli scintillanti del XXI secolo, che non predica, moralizza, né ha pretese di soluzione. Gli attori riescono con grande abilità a interpretare i personaggi. Le scene di sospensione, come quella del sogno in cui madre e padre hanno in testa maschere che riproducono simboli pubblicitari, rompono bene lo schema drammaturgico che rischia, altrimenti, di cadere nel troppo detto.