Alla ricerca di tartarughe e frigoriferi. Dieci anni di Kilowatt Festival

di Caterina Meniconi

Lucia Franchi, fondatrice con Luca Ricci di Kilowatt e della compagnia Capotrave, ripercorre questi dieci anni, fra aneddoti, curiosità e riflessioni sulla storia del Festival.

“La prima edizione di Kilowatt è stata nel 2003, anno in cui ci siamo costituiti come Capotrave, con l’obiettivo di trasformare in professione ciò che prima era solo passione. L’incontro con numerose compagnie con cui erano nati rapporti di scambio artistico, ci ha dato l’idea di creare un piccolo Festival, chiedendo loro di venire con un rimborso spese simbolico e ospitandoli a casa nostra, mentre i nostri genitori erano in vacanza. Luca e Mirko Ferrara – fondatore di Capotrave e di Kilowatt con noi – facevano i tecnici e io la cuoca e la cameriera, preparando colazione, pranzo e cena per tutti. Il primo giorno è arrivato un signore tedesco, dicendo: “ho saputo che fate un Festival e vorrei darvi una mano.” Dopo solo tre ore aveva allestito tutto lo spazio di spettacolo nel Chiostro di Santa Chiara. Questo signore è Stefan Schwitzer, tutt’ora componente importante della squadra di Kilowatt, così come Michele Corgnoli, che oggi è il direttore musicale. Giovanissimo ci chiese di poter dare una mano, facendo di tutto, trovando oggetti assurdi che servivano per le scene: un frigorifero, una tartaruga, del fieno… Poi è arrivata la crisi. Il Festival non cresceva, non c’era sufficiente risposta di pubblico, aiuto dalle amministrazioni e attenzione dalla stampa. Non avevamo trovato una chiave di accesso dell’area in cui lavoravamo e volevamo smettere. Fu Mirko a convincerci a fare l’ultimo tentativo, che avvenne in autunno perché a giugno non erano arrivati i finanziamenti; era il 2006. Eravamo tristi sapendo che sarebbe stata l’ultima edizione, e preoccupati, perché l’autunno è una stagione insidiosa, ma inaspettatamente andò benissimo! Per continuare il Festival doveva diventare parte del territorio che lo ospitava; anche in seguito a una riflessione di Stefan, “questo Festival non ha senso se non è legato alla città e non la coinvolge direttamente.”,  è nata l’intuizione dei Visionari, che consiste nel chiedere a persone del territorio di scegliersi una parte del programma, e ha avuto un grande riscontro e una forte influenza nella crescita del Festival, che ha così trovato una propria peculiarità. A oggi abbiamo Visionari provenienti da vari luoghi – Sansepolcro, Città di Castello, Arezzo. Due sono stati i momenti che da allora hanno segnato un’ulteriore evoluzione: il Convegno “Vietato parlare dell’aurora” del 2009, che ha riunito il gotha del panorama teatrale nazionale e da cui è scaturito il Progetto C.r.e.s.c.o., associazione attiva che si occupa per la scena contemporanea dai Diritti dei lavoratori a un Codice etico delle compagnie che ne fanno parte; e nel 2010 l’arrivo di Franco Quadri, un incontro che un po’ temevamo e che, invece, è stato bellissimo. Lo ricordiamo come un uomo attento, in ascolto, aperto verso ciò che lo circondava, curioso di una curiosità bella, oltre che molto gentile e sorridente. Vincere il Premio Ubu nella sezione Progetti Speciali nel 2010 è stata una sorpresa, cui mai avevamo mirato! Quando ci hanno comunicato che eravamo nella rosa dei nominati ci siamo detti che era già quello il premio, e vincere è stato un regalo grandissimo, che abbiamo accolto con grande commozione. Adesso sentiamo di dover aprirci all’Europa, a tutte le altre esperienze simili a Kilowatt, che in modo diverso da noi coinvolgono il pubblico rendendolo parte attiva. Così quest’anno abbiamo organizzato “Be spectative!”, l’incontro di dieci direttori dei più innovativi progetti europei che prevedono un attivo coinvolgimento dello spettatore. Ciò che abbiamo imparato in questi dieci anni è la necessità di comunicare e di farlo con il giusto linguaggio. Importante l’incontro con Andres Neuman, che ci ha ispirato, dicendoci: “Voi volete che il pubblico venga, ma dovete dargli un motivo perché sia spinto a farlo!”. Così è nato Kilowatt, una festa intorno al teatro, al pubblico che può dire la sua in modo esplicito e alle compagnie che altrove non hanno spazio di esprimersi. Oggi il lavoro è cresciuto; non abbiamo più il tempo di pranzare con le compagnie e andare al fiume l’ultimo giorno, è rimasta però l’allegria e la voglia di fare, con le nuove persone che si sono aggiunte alla squadra. Adesso non faccio più la cuoca e Luca non fa più il tecnico, ma continuiamo lo stesso a cercare tartarughe e frigoriferi.”