Ieri, 5 giugno 2019, siamo stati protagonisti di una brutta pagina dell’attualità teatrale italiana e testimoni di come le parole espresse sui social media generino conseguenze nefaste nella vita reale e danneggino il lavoro delle persone.
Dal mattino abbiamo subito via Facebook un attacco a causa di un post e di una call da noi pubblicati il giorno precedente con l’obiettivo di individuare le ultime tre partecipanti volontarie per l’allestimento di uno spettacolo di Romeo Castellucci, celebre regista e fondatore della compagnia Societas Raffaello Sanzio.
In sintesi, venivano interpretati il linguaggio e il senso della nostra chiamata pubblica come un atto di maschilismo da un lato, e come uno sfruttamento del lavoro dei professionisti dello spettacolo, dall’altro.
Nel corso della giornata l’autrice di quell’attacco, nel frattempo sostenuto da alcune colleghe e alcuni colleghi, ha spiegato che non di attacco si trattava, né a noi, né a Castellucci, quanto piuttosto di un invito a ripensare le modalità di espressione linguistiche e le strutture di pensiero con cui erano formulati il post e la chiamata.
Purtroppo, tutto intorno, la polemica social montava in maniera reboante e il risultato finale, giunto a metà pomeriggio, è stata la decisione di Romeo Castellucci di annullare il suo spettacolo a Sansepolcro, previsto come evento di apertura del nostro programma. Di conseguenza, saltano anche la mostra, il convegno e la proiezione del film dedicati allo stesso Castellucci, che costituivano l’insieme delle azioni con cui avevamo congiuntamente deciso di festeggiare il suo ruolo di padrino di questa edizione del festival e il suo magistero artistico.
Oltre a esprimere il nostro profondo dispiacere per l’esito della vicenda che ci priva di un valore culturale su cui, insieme alla Societas Raffaello Sanzio, avevamo intensamente lavorato per 7 mesi, ci teniamo a precisare quanto segue:
1 – il nostro post e la nostra chiamata pubblica non volevano essere ad alcun titolo offensivi verso nessuno e ci scusiamo con chi si è sentito offeso; è vero che la compagnia non li aveva rivisti e questo è stato un nostro errore dovuto alla fretta. A nostro avviso il post è forse inutilmente spiritoso, ma totalmente inoffensivo. La chiamata pubblicata sul nostro sito (che nel primo pomeriggio di ieri è stata leggermente modificata per venire incontro all’irritazione espressaci dalla Societas) nella sua formulazione originale conteneva solo informazioni e richieste fatteci della compagnia e riteniamo che sia un atto di cattiva fede formulare il complesso delle accuse che ci sono state mosse dalla combinazione di tre elementi: la parola “padrino”, il fatto che venisse comunicato che la figurazione prevedeva per alcune ragazze un momento di nudo e il fatto che Romeo Castellucci avrebbe scelto le partecipanti vedendo le loro foto e curriculum.
Certamente si potevano fornire queste informazioni in modo più elegante di come si è fatto, o in passaggi successivi, ma la nostra premura è stata quella di comunicare sin da subito con massima precisione e trasparenza l’entità dell’impegno, il calendario delle prove e le richieste ricevute dalla Sociètas. Non c’è stato tradimento né strumentalizzazione, né la chiamata è stata formulata in modo ambiguo: il nostro obiettivo è stata la massima chiarezza da subito e l’esposizione essenziale e precisa di legittime esigenze sceniche.
Non ci pare quindi che da questa chiamata si riveli alcun sottinteso maschilismo;
2 – la presenza di Sociètas all’interno di Kilowatt era frutto di un accordo professionale che prevedeva la regolare retribuzione alla compagnia per lo spettacolo in programma, con la conseguente legittima paga che la compagnia avrebbe corrisposto ai professionisti da lei coinvolti;
3 – il fatto che le figuranti coinvolte non fossero retribuite, ma ricercate da Kilowatt sul territorio, era a conoscenza di Sociètas ed è una pratica utilizzata anche altrove per l’allestimento di spettacoli che non prevedono l’innesto di professionisti; sinceramente abbiamo pensato potesse essere l’occasione per le molte ragazze di un territorio periferico come il nostro, lontano dai grandi centri urbani, per poter fare un’esperienza (per quanto piccola, soltanto 3 giorni) di grande impatto. Tutto ciò, a nostro avviso, non ha nulla a che fare con il lavoro non pagato; stiamo prendendo un abbaglio su questo argomento: c’erano 52 compagnie al festival (adesso 51), tutte pagate e messe sotto contratto (restava da chiudere solo quello con la Sociètas proprio perché non era ancora completa la lista delle figuranti), ed è più che legittimo che in alcune produzioni possano essere richiesti dei figuranti che – messi sotto copertura assicurativa e ottenuto il versamento contributivo per la giornata – partecipano ad alcuni specifici progetti come volontari;
4 – se fossero altre le condizioni economiche in cui oggi si organizzano i festival di spettacolo dal vivo in Italia, saremmo lieti di non dover ricorrere ad alcun volontario per alcuna prestazione, ma nelle condizioni date non è proprio possibile non farlo, dunque, come ogni festival italiano, anche noi diamo lavoro a tanti professionisti e poi ci avvaliamo della collaborazione di alcuni volontari – questo accade anche per la parte legata alle mansioni organizzative e d’ufficio: ebbene sì esiste anche il volontariato culturale in Italia e non è una bestemmia ammetterlo, se le persone accettano di farlo per acquisire competenze o fare un’esperienza interessante;
5 – facciamo da 17 anni un festival fiero della sua identità che si è sempre retto sulle proprie forze, senza espedienti, nè sensazionalismi, nè volgarità, solo con molto lavoro serio e appassionato. Lo faremo anche quest’anno, senza l’attesa presenza di Romeo Castellucci, se lui non vorrà ritornare sulla sua decisione.
Se così non fosse, faremo di questa occasione un vero e grande dibattito sul linguaggio che tutti noi siamo diventati e sostituiremo il convegno su Romeo Castellucci, previsto per il 20 luglio, con un analogo evento che rifletterà su come la comunicazione tra persone – inclusa la comunità culturale – sia deformata da un uso superficiale dei social media.

Lucia Franchi, Luca Ricci e lo staff di Kilowatt Festival

Leave a comment